Il Tema

Sconfinàti e ricongiunti: la libertà e l’eros


«Dunque al desiderio e alla ricerca dell’intero si dà nome amore»
(Platone, Simposio, 192e-193a, trad. it. Franco Ferrari)

 

 

Quando gli uomini attentano, con superbia, al potere degli dei, Zeus ha l’idea di separare ogni essere umano in due unità viventi, continuamente desiderose di recuperare l’unità perduta. Per evitarne l’estinzione, Zeus manda nel mondo Eros affinché, attraverso il ricongiungimento fisico, gli uomini possano ricostruire in qualche modo l’unità perduta, così da provare piacere e riprodursi, quindi dedicarsi ai loro compiti. Questo ci racconta Platone, per bocca di Aristofane, nel Simposio.
Il corpo umano, e quindi la persona, diventa così luogo del mancante, del ciò che va completato, e l’eros diventa ciò che deve legare, possibilità di legame. Per i Greci la relazione erotica fra due esseri umani ha valore per sé stessa e non è messa in atto per un fine, come la procreazione.
Associato all’attrazione sessuale, l’ἔρως greco è anche di più: forza che tiene uniti elementi diversi e talora contrastanti senza arrivare ad annullarli, nel desiderio dell’uno e del tutto.

Nella libertà che connota l’uomo ci piace riflettere, attraverso gli strumenti dell’arte, sulla libertà stessa in rapporto all’eros, e sulla libertà come legame. Si può essere liberi in modi diversissimi, a seconda della cultura, del contesto, ma sempre libertà rimanda a dei vincoli, da rompere o da non rompere, che sono i vincoli naturali/culturali del rispetto verso l’altro da sé, o eventualmente verso una tradizione o verso delle norme e limiti (leggi, etica, confini politici, …) imposti da qualche autorità o consuetudine.
Si può intendere la libertà come un approdo a uno stato dell’essere che ci rende (più) felici, e come un ricongiungimento fisico e spirituale a una forma di sé che non si conosceva, o che si voleva conoscere.

Si è forse liberi nella misura in cui si aderisce a qualcosa di proprio, costitutivo, magari celato e da scoprire, quel “conosci te stesso” (γνῶθι σαυτόν) scritto nel tempio di Apollo a Delfi. Un ricongiungimento. Ma quel “conosci te stesso” significava anche riconoscere la propria limitatezza e finitezza, un invito a stare al proprio posto, a non sconfinare, un invito all’umiltà e a non insuperbire.
Sconfinare, tuttavia, sembra essere una modalità per conoscersi più pienamente: superare il limite, anche fisico talvolta, per ritornare a sé con maggiore consapevolezza.
Tuttavia, non necessariamente il valicare dei confini rende più liberi, in alcuni frangenti anzi può ridurre la libertà fino a privarne del tutto. Come sempre dipende da caso a caso, da storia a storia. Anche in questo caso, però, si manifesta una polarità tra libertà, o tensione liberante, e legami cui la persona è soggetta (legislativi, religiosi, culturali o affettivi che siano).
Se la libertà è desiderio, ricerca dell’intero (di sé), passione, pure i limiti pèrdono, sul piano spirituale e magari anche fisico, consistenza.

La libertà vista come un uscire e un rientrare nei confini può essere una sorta di moto oscillatorio, di continua ricerca del giusto luogo (non solo fisico) in cui stare. Libertà non è, come spesso si crede, rompere dei legami, è crearne altri cui restare fedeli, trovare degli equilibri.
Allora libertà non è, come in genere si crede, rompere dei legami, ma è creare legami cui restare fedeli senza perdere il proprio equilibrio, è trovare degli equilibri.
La libertà va esercitata con cura se si desidera nella complessità della vita individuale e collettiva, del mondo, ri-congiungersi e trovare/ritrovare sé stessi, una propria dimensione.

In una realtà che continua a parlarci di confini, il pensare a libertà come sconfinamento, legame e ricongiungimento, equilibrio, pare una necessità ineludibile. Una necessità che emerge come urgenza interiore propria della nostra specie umana, come voce del corpo, richiesta sempre vera, fondamento.

Gianluca Poldi